Per una rilettura del romanzo “Sherlock Holmes, Anarchici e siluri”

Joyce Lussu
Joyce Lussu

Nel 1973, lo studioso americano Hayden White pubblica Metahistory, tradotto in italiano con il titolo Retorica e storia, un’opera di svolta per quanto riguarda l’imprescindibile rapporto che intercorre tra letteratura e storia.
Hayden White, riferendosi anche al pensiero di Croce, ha cercato di ricondurre la storiografia alla letteratura, al racconto o narrazione come elemento fondativo della storiografia stessa.
La storia, ricondotta al concetto dell’arte, è messa in relazione con la letteratura e l’arte concepite, crocianamente, come delle forme della conoscenza.
Si determina quindi una ambivalenza tra storia come narrazione e narrazione come storia. Ma questa impostazione presuppone che la letteratura non sia solo un gioco dell’immaginazione e del linguaggio, ma venga intesa come una delle ineliminabili forme attraverso le quali si conosce una parte della realtà.

Vent’anni dopo Joyce Lussu, con il romanzo Sherlock Holmes. Anarchici e siluri – Biblioteca del Vascello, Roma 1995; poi ripubblicato in Storie (Il Lavoro Editoriale, Ancona 1986), Sherlock Holmes, Anarchici e siluri
in cui immagina che il famoso detective giunga nelle Marche in incognito per scoprire una fabbrica di siluri sotto il Monte Conero, propone anche in Italia il genere dell’history telling.
In questa prospettiva Joyce adotta uno stratagemma che garantisca al suo racconto una forma di aletheia, di verosimiglianza, incrociando documentazione storica e scrittura narrativa.
Nel poscritto Joyce fa riferimento alla scoperta di alcuni appunti della nonna materna, Margaret Collier Galletti, l’autrice di La nostra casa sull’Adriatico, che rievocano un incontro con Watson:

Tutto è cominciato da un pacchetto di foglietti manoscritti trovati tra le carte della mia nonna materna, Margaret Collier Galletti; erano alquanto ingialliti e sbiaditi, e legati con un consunto nastrino di seta. Sopra c’era una busta chiusa senza intestazione, evidentemente più recente; aperta la busta, trovai tre fogli scritti con la fitta e minuta calligrafia di mia nonna, datati 11 marzo 1920, che trascrivo testualmente.
«L’altro giorno, scriveva Margaret Collier, è venuto a trovarmi qui a Plymouth il dottor Watson, amico e biografo dell’antropologo e criminologo Sherlock Holmes, che mi era stato presentato a Londra molti anni fa dai miei cognati Huxley. Debbo dire Holmes mi aveva fatto un’ottima impressione e avevamo parlato a lungo dell’Italia e delle Marche, dove intendeva recarsi».

Ma, alla fine, la scrittrice, utilizzando la testimonianza fittizia della nonna scrittrice, sembra essere consapevole di aver utilizzato l’espediente retorico del manoscritto trovato in una bottiglia per giustificare la scelta di genere:

«E così se ne andò lasciandomi il pacchetto. Ho sfogliato gli appunti e li ho trovati divertenti e anche commoventi e interessanti; tanto più che gli avvenimenti si svolgono nelle mie due patrie, l’Inghilterra e le Marche. Ma non me la sono sentita, alla mia età, di cambiare genere letterario e di mettermi a scrivere una detective-story. I miei discendenti che troveranno questo documento, potranno farne quello che vogliono».
Qui finiva la nota di mia nonna. Presi gli appunti, li lessi, e decisi di fare quello che lei non aveva fatto: cambiare genere letterario e scrivere una detective-story.

Figura eccentrica come lo è la narrazione di Joyce (tra l’altro il lemma ‛eccentrico’ torna spesso nelle pagine del romanzo), Sherlock Holmes diventa dunque un vero e proprio personaggio storico, nato nel 1887 dalla fantasia di Conan Doyle e proiettato nella storia politica e militare dell’Inghilterra di allora.
E il colloquio tra il famoso investigatore e la scrittrice della Nostra casa sull’Adriatico diventa un elemento narrativo intermedio al cui interno filtra il ricordo del paesaggio naturale ed umano delle Marche dopo l’unità d’Italia:

«Questa sua scelta delle Marche è certamente singolare», disse Margaret sorridendo. «Vedrà un paesaggio molto bello. Non il paesaggio drammatico e pittoresco che generalmente attribuiamo all’Italia, con le sue forti tinte e i suoi forti contrasti, tra il selvaggio e l’urbano, cosparso di rovine del passato come un grande museo archeologico. E’ un paesaggio omogeneo, equilibrato, umanizzato, senza divisioni apparenti di proprietà, come una grande tappezzeria di cui ogni punto è curato per far parte di un insieme. I nostri ricchi pagano somme astronomiche agli architetti del paesaggio per circondare le loro ville di spazi armoniosi difesi da recinti e cancellate. Ma i contadini marchigiani non hanno bisogno di architetti laureati; sono essi stessi, tutti insieme, architetti di un paesaggio adagiato a perdita d’occhio fra le montagne e il mare, senza soluzione di continuità».
«Quando ci ho vissuto io», riprese Margaret, «l’Italia era appena unificata, si respirava ancora l’atmosfera dei vecchi Stati Pontifici. Le classi più alte erano formate da proprietari terrieri ignavi e incolti le cui mogli erano immerse nell’ignoranza e nell’oscurantismo; e di burocrati inclini a mercanteggiare i favori del potere. Anche mio marito, che da giovane era stato un generoso portatore di ideali, quando divenne un proprietario terriero marchigiano si trasformò in un tirannello feudale. In effetti, non ho mai sopportato la gente che avrei dovuto frequentare. Preferivo parlare con i contadini, che almeno avevano una loro cultura e una competenza reale in tutta una serie molto varia di attività agricole e artigiane. […] Mi creda, la degradazione e la miseria delle classi basse e la disumana arroganza delle classi alte è molto più accentuata qui in Inghilterra che non nella società marchigiana, dove i poveri non rinunciano a esprimere i loro stati d’animo di fronte ai loro padroni, e ti abbracciano e ti sgridano secondo un loro giudizio che è comunque una libera espressione di dignità».

Non è difficile per chi conosce la vicenda culturale e politica di Joyce capire che la scrittrice fermana ha dato in prestito alla nonna le sue convinzioni sulla storia della regione, già espresse nei suoi studi ‛eccentrici’ rispetto alla storiografia ufficiale, Storia del Fermano: dalle origini all’unità d’Italia (Il Lavoro Editoriale, Ancona 1982) e L’idea delle Marche, in collaborazione con Giorgio Mangani (Il Lavoro Editoriale, Ancona 1989 ).
Joyce asseriva che bisognasse far emergere negli studi storici anche l’”altra storia”, quella delle sibille, delle streghe, della potenza sapienzale delle donne, delle tradizioni popolari di un territorio spazzate vie dalla globalizzazione.
Nel capitolo terzo Joyce descrive la situazione politica dell’Europa e dell’Inghilterra nei primi anni del Novecento, caratterizzata da opposti militarismi e imperialismi, basati sulla forza e sul potere economico, che costituiranno i prodromi della Grande Guerra.
E coglie l’occasione, parlando dell’invenzione del sottomarino da parte dello scienziato Simon Lake, per far esprimere a Sherlock Holmes una riflessione sulla supposta neutralità della scienza e sull’utilizzo che il potere fa delle scoperte scientifiche, in cui si può leggere la sua attitudine pacifista:

«E pensare che Simon Lake», osservò Holmes che aveva ascoltato immobile ed assorto, «l’inventore e costruttore del sommergibile a propulsione autonoma, con motore diesel o a scoppio, era convinto che la sua macchina meravigliosa (mi ricordo l’entusiasmo popolare con cui fu seguito il primo viaggio sottomarino dell’Argonauta dieci anni fa) sarebbe servito solo per studiosi e curiosi che volessero osservare il fondo marino, o per il recupero del carico di navi affondate. E invece i militari se ne sono appropriati per farne un terribile ordigno di distruzione e di morte ».

Sul piano storiografico e del canone letterario è interessante l’intreccio che si determina tra macrostoria e microstoria attraverso la collocazione sullo stesso piano narrativo di personaggi famosi come Mata Hari, Leonard Huxley, Bertrand Russel, George Wells, Virginia Woolf e di figure realmente esistite, le cui vite sono state travolte dall’oblio degli uomini o rimaste chiuse nel silenzio del loro spazio esistenziale.

Facendone dei protagonisti del suo racconto, Joyce offre loro il riscatto della memoria attraverso la lettura.
Così, ad esempio, rende omaggio alla memoria del fiumano Giovanni Lupis (all’anagrafe Giovanni Biagio Luppis von Rammer), a cui è riconosciuta la costruzione del primo siluro moderno:

«Sono Giovanni Lupis, ex ufficiale della Marina imperiale austriaca, ex inventore e collaboratore dell’ingegnere Whitehead, attualmente patriota italiano delle nostre terre irredente e socialista internazionalista, perseguitato dalle polizie delle tre potenze che hanno firmato l’infame patto della Triplice Alleanza».

E nell’incontro con il viceconsole britannico in Ancona, Edward Kane, attribuisce all’inventore, ormai vecchio e giunto nelle Marche alla ricerca del laboratorio misterioso, questa dichiarazione di convinto pacifismo e nel contempo di scelta politica:

«Non ho molta scelta», disse infine. «L’Inghilterra di Nelson ha impiccato i patrioti italiani. L’Inghilterra di Gladstone li ha protetti ed esaltati. Il vostro nuovo governo liberale sembra incline ad alcune riforme che alleviano la miseria delle classi lavoratrici. Io odio la guerra, signore, questo immane sconvolgimento che ci riporta sempre indietro nella storia e causa sofferenze inevitabili. Ma la guerra ci sarà, e non potrò assistervi impassibile al di sopra delle parti. Dovrò parteggiare per qualcuno, e questo qualcuno non potrà mai essere l’ammiraglio von Tirpitz».

Ma i personaggi, noti e meno noti, nel romanzo s’accampano in una spazialità ambientale che in qualche modo rallenta e rasserena il ritmo drammatico della narrazione, rivelando in Joyce doti di attenta osservatrice del paesaggio e dei costumi, che poi sono gli assi portanti della ricerca letteraria, storica ed antropologica dell’autrice.
La sequenza descrittiva del mondo dorato dell’Orient Express, su cui viaggia Mata Hari, è un vero e proprio documento di storia della moda e dei comportamenti delle classi abbienti nelle loro esperienze di viaggio:

Nella vettura-ristorante dell’Orient Express, lussuosamente arredata con velluti rossi, testiere e tendine di pizzo, abat-jours di satin rosa con lunghe frange di perline multicolori, c’era un gran movimento di passeggeri delle più varie nazionalità. Uomini d’affari in stiffelius o in redingote si mescolavano a turisti in tenuta sportiva di tweed a quadretti, a ufficiali in uniforme, a notabili balcanici con le giacche di velluto adorne di alamari dorati sulle camicie ricamate, a notabili ottomani con il fez rosso e il jabot di seta al posto della cravatta; un principe indiano col turbante adorno di perle, e un emiro arabo dal caftano bianco di morbida lana che lo copriva dalla testa ai piedi, facevano spicco fra i gruppi variopinti. Era tutta gente che, o andava in Oriente per guadagnare molti soldi con imprese e traffici di tutti i tipi, o ci tornava avendone persi moltissimi nei cabaret e nelle bische di Parigi. Donne ve n’erano poche, e tutte molto eleganti con immensi cappelli tra i quali mnon sempre era facile muoversi.

Nel capitolo sesto Joyce fa incontrare sul treno Milano – Bari Sherlock Holmes con Tommaso Salvadori, forse l’antenato più famoso dell’autrice, garibaldino e ornitologo, classificatore di specie rare di uccelli soprattutto dell’emisfero australe. Ed è Tommaso Salvadori a parlare al suo interlocutore della sua «regione remota e sconosciuta» e del conflitto politico, in vista delle prossime elezioni, tra un prete, Don Romolo Murri, fondatore del movimento progressista del modernismo e di fatto anticlericale, e Arturo Galletti, proprio il marito di Margaret Collier, che «si definisce ‛progressista dinastico’ ed è ostentatamente laico, è tuttavia, nei fatti, il rappresentante dei padroni di terre e di officine».
Nel colloquio viene ricordato anche Lugi Paolucci, veterinario di Falconara che trascorre gli ultimi anni della sua vita sul Conero alla ricerca di fossili e piante.
L’amore di Joyce per la propria terra è confermato dal tono idillico utilizzato nella descrizione del paesaggio marchigiano, elemento genetico di emozioni tramite la visione:

Il treno passava vicinissimo al mare appena increspato di piccole onde brillanti nel primo sole, che si adagiavano lievemente sulla sabbia bianca. Di fronte, sulla collina che concludeva la curva di una larga insenatura, apparivano chiarissimi la facciata e il campanile di una cattedrale.
«Bello! Bello veramente!» esclamò Holmes con sincero entusiasmo. «Sono felice di aver fatto questo viaggio»: «Benvenuto nelle Marche», disse con tono gioviale Tommaso Salvadori aprendo la porta dello scompartimento. «Vedrà che la parte opposta di Ancona, dove s’innalza il monte Conero è ancora più bella di questa».

Nel frattempo, attraverso il racconto omodiegetico (cioè la narrazione svolta dal personaggio in prima persona), è possibile per il lettore rintracciare le posizioni pacifiste di Joyce, sempre pronta a difendere anarchici, socialisti e internazionalisti. Per contrasto la scrittrice ironizza sulla società anconetana, reazionaria e militarista, che frequenta il Casino Dorico:

E’ un circolo per nobili che ha festeggiato da poco il suo centenario. Naturalmente, nel corso di un secolo, i notabili hanno cambiato più volte di colore, e il Casino ha ospitato imparzialmente chiunque fosse al potere, dai monsignori delegati del Papa ai mazziniani della Repubblica Romana, dagli ufficiali di Radetsky alle camicie rosse garibaldine fino ai prefetti e ai questori del Re d’Italia. Il bel mondo vi si riunisce per dare ricevimenti, per organizzare balli, per ascoltare conferenze.

e traccia un ritratto sarcastico di Giovanni Bettolo, ammiraglio capo della Marina militare italiana dal 1907 al 1911.
Giocando sulla dislocazione, cioè sullo spostamento spaziale e temporale dei personaggi, tipica della detective-story, Joyce realizza l’agnizione di Lupis, sfuggito alla caccia della polizia, nascosto in casa del ‛Grechittu’, Nannì Felici, frequentatore di una «società operaia di lunga tradizione, dove si riuniscono socialisti, anarchici e repubblicani». Un anarchico contestatore antifascista di cui a Porto San Giorgio si tramanda ancora il ricordo per la sua ribellione ad ogni forma di potere.
La figura di Nannì è tratteggiata secondo gli schemi della narrazione oggettiva, con l’utilizzo di indicatori spaziali toponomasticamente molto precisi:

Nannì Felici, detto il Grechittu perché vantava un’origine greca, lavorava e abitava in un edificio annerito e abbastanza fatiscente all’angolo fra piazza S.Giorgio, dove c’erano il teatro e la chiesa, e il vecchio Corso, che era stato la via principale del paese quando il mare, quattro secoli prima, arrivava ai piedi delle colline. Di quell’epoca, rimanevano ancora le alte mura di cinta che s’inerpicavano su per monte Cacciò, con i torrioni dai merli ghibellini e la fortezza costruita per difendersi dai pirati che infestavano l’Adriatico fino alla metà dell’Ottocento.
Nannì era un giovane alto e robusto, di professione fabbro-lattoniere e stagnino, con un profilo da imperatore romano e folti capelli ricciuti; il bianco degli occhi attorno alle pupille scurissime spiccava nel viso annerito dal fumo, con i denti bianchi e regolari messi in mostra dal sorriso generoso. Era così prestante che il pittore Sigismondo Nardi lo aveva preso come modello per i suoi dipinti nel teatro di Porto San Giorgio, e nella chiesa di San Giorgio a Fermo.

Il lettore che ha conosciuto Joyce ritrova la sua concezione del mondo, la sua strenua lotta per la vita e la pace contro l’odio e la guerra nei desideri, nelle riflessioni, negli ammonimenti dei vari personaggi che sono coinvolti nella trama del romanzo.
Un po’ come il Garcìa Lorca di Memento che chiedeva di essere sepolto «tra gli aranci e la menta», anche il personaggio di Lupis, ormai vicino alla fine, concepisce la morte come ricongiunzione alla madre natura, e dichiara di non voler morire al chiuso, «guardando un muro e un soffitto di calce, ma in qualche posto dove, prima di chiudere gli occhi, possa vedere il cielo e gli alberi, e forse anche il mare.[…] Lasciatemi in cima al monte Conero, dove c’è un’aria profumata e tante piante stupende, e il rumore delle onde sulle scogliere.

Mentre Sherlock Holmes riflette sul significato sociale di testimonianza che ognuno di noi può dare alla propria morte:

La morte è una cosa seccante ma inevitabile, e in generale la si subisce umiliati e impotenti. Ma c’è un modo per prendere la vecchia strega per il collo e dominarla; ed è fare della propria morte un atto di vita, scegliere la scena e i tempi dell’ultima rappresentazione

Lupis trasmette il suo ultimo messaggio etico e politico al ragazzo Domenico che, con parole incantate, da racconto fantastico, in cui si avverte l’influenza della lettura da parte di Joyce dei testi di Wells, Verne, Salgari (fra l’altro citato nel romanzo), aveva narrato la scoperta del laboratorio segreto:

«Non è necessario amare i soldati, la patria e il re per essere una persona onesta e civile», disse il vecchio. «Anzi spesso la fedeltà a queste cose, che oggi sono in troppi a considerare ideali irrinunciabili, potrebbe diventare facilmente accettazione passiva d’ogni violenze e d’ogni guerra, e la guerra è la cosa più orrenda che l’uomo abbia inventato. Ti auguro di non conoscere mai una guerra, figlio mio. Cerca sempre le persone che la odiano e amano la pace, e sta vicino a loro, e lavora con loro».

L’esplosione che distrugge la Grotta degli Schiavi e il pozzo di San Patrizio, innescata dalla dinamite di Lupis, diventa nella percezione narrativa la metafora del desiderio di palingenesi individuale e collettiva che, nell’equivoco della guerra irridentista, aveva attraversato una intera generazione.
E la morte banale di Domenico, come è banale il male che ci accompagna nella nostra esistenza, colpito dal colpo di pistola sfuggito a Kane, viceconsole britannico ad Ancona dal 1889 al 1914, è la morte del primo caduto della Grande Guerra.
E’ lo stesso Sherlock Holmes a riconoscerlo:

«Mi lasci perdere, Kane, mi lasci perdere», ringhiò Holmes. «E si tolga il cappello di fronte al primo caduto della grande guerra mondiale. Non lo sa che le guerre si vincono ammazzando i vecchi anarchici e i ragazzi di tredici anni?»
Si alzò, sollevò tra le braccia il corpo leggero di Domenico, e cominciò a scendere verso la strada. E certamente per la prima volta in vita sua, sentiva un senso di smarrimento e di dolore, che gli faceva salire agli occhi qualcosa che somigliava a una lacrima. Pensava ai suoi piccoli amici londinesi, ai ladruncoli degli slums che gli avevano sempre dimostrato fiducia e affetto…«Adesso, Domenico, non potrai più prendere il mare, per salvarti dalle botte e dal riformatorio. E sei così leggero… come una marionetta caduta da un teatrino di cartapesta».

Più tardi l’intero mondo sarebbe diventato un sanguinoso teatro di un’immane carneficina.

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Alfredo Luzi è ordinario di Letteratura Italiana Contemporanea nella Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Macerata. Ha insegnato Teoria e tecnica del linguaggio giornalistico, Linguaggio dell’Amministrazione Pubblica, Storia della lingua italiana, Storia del teatro e dello spettacolo.
Attualmente insegna Sociologia della letteratura, Letteratura Italiana e Cinema e Letterature Comparate. E’ stato “visiting professor” presso le Università di Liegi, Amsterdam, Montréal, Smith College, Nancy, York, Melbourne, Strasburgo, Yale, Aix en Provence, Ankara, Smirne, Clermont-Ferrand, ENS di Lione, Spalato, Bordeaux.
Ha tenuto conferenze in Europa, America, Asia, Australia, Africa. E’ presidente dell’Istituto di Ricerca su Letteratura e Società nelle Marche.

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