La Prima Guerra mondiale, fin al suo inizio, ebbe un forte impatto sull’economia dei paesi e città marinare della costa adriatica.
Il 24 maggio la flotta imperiale austriaca di stanza a Pola era pronta da giorni e al momento della dichiarazione di guerra si lanciò verso i porti italiani del mare Adriatico: otto squadre, tredici navi da battaglia, tredici cacciatorpediniere, trenta torpediniere e cinque navi esploratrici salparono nella tarda serata del 23 e poche ore dopo iniziarono l’attacco.

Rimini, Porto Corsini, Senigallia, Fano, Pesaro, Porto Potenza Picena, Porto Recanati e Manfredonia furono svegliate tra le 4 e le 6 del mattino del 24 maggio dai colpi dei cannoni, bersagli facili perché illuminati, colpite quasi a tradimento: particolarmente cruento fu il bombardamento navale di Ancona.

San Benedetto del Tronto - spiaggia 1914
collezione Ferro Candilera

L’impatto più devastante lo subì San Benedetto del Tronto la cui economia di sopravvivenza era assicurata dall’attività di pesca e dal mare. Il pericolo delle mine, delle incursioni della flotta austriaca e infine il decreto del governo (Decreto Luogotenenziale 4 luglio 1915, n. 1000, riguardante “Le restrizioni della navigazione nel mare Adriatico per le navi di qualsiasi bandiera.”), costrinsero numerosi pescatori, molti con famiglia al seguito, a emigrare sulla costa del più sicuro Tirreno. Le località preferite erano Viareggio e l’area di La Spezia dove avevano dei riferimenti a cui appoggiarsi (infatti, già dalla fine dell’Ottocento vi erano emigrati parenti e amici).

L’argomento dei disagi derivanti dalla guerra alla popolazione sambenedettese fu discusso in due sedute del Consiglio Comunale, quella del 7 Giugno 1915 e quella del 19 agosto 1915 (Archivio Comunale di San Benedetto del Tronto “Libro dei Consigli”). In quest’ultima si parlò in modo più specifico dei danni derivanti alla pesca.
Il sindaco Antonio Guidi lesse una lunga relazione nella quale, alludendo al Decreto Luogotenenziale n. 1000 del 4 luglio 1915 riguardante la restrizione della navigazione nel mare Adriatico per le navi di qualsiasi bandiera, che a sua volta richiamava il R. D. n. 899 del 13 giugno 1915 che poneva restrizioni alla navigazione mercantile nelle acque territoriali dell’Adriatico, dello Ionio e delle colonie, disse:

Il divieto della pesca rappresenta un vero e grande disastro economico per la nostra popolazione che in grandissima parte viveva di quell’industria. Ed il divieto colpisce non soltanto i pescatori veri e proprie, in numero di circa 800, con le loro famiglie e con gli armatori, ma anche le altre numerose categorie di persone esercenti industrie accessorie alla pesca (facchini di mare, pescivendoli, calafati, funai, lavoratrici di reti e di vele, etc.). Improvvisamente paralizzate nel loro abituale, unico lavoro e neanche beneficiate del tenuissimo sussidio concesso ai pescatori, queste persone (tutte, o quasi, poverissime) sono rimaste prive di ogni mezzo di sussistenza e nell’impossibilità di procurarsene altri, oggi specialmente che il lavoro scarseggia e la vita è tanto costosa. Bisognerà soccorrerle; bisognerà anche, in molti casi integrare l’insufficiente sussidio governativo ai pescatori; bisognerà con le cucine economiche e con altri opportuni provvedimenti annonari adoperarsi a che tanta parte povera della popolazione possa avere dei viveri a prezzo non troppo alto e bisognerà soprattutto rinunciare alla percezione delle tasse comunali (famiglia ed esercizio) dovute da quei disgraziati cui venne tolto ogni mezzo di guadagno a cui perciò viene a mancare la possibilità di pagarle.
Ma il nostro bilancio, tanto povero anch’esso, come potrà fronteggiare queste nuove, gravi spese e queste perdite? –
Un serio aiuto non può venirci che dal Governo. Necessità di guerra gl’imposero il divieto di pesca a ragioni d’umanità lo indurranno ad alleviare con più larghe provvidenze la rovina che tale divieto portò nel nostro paese e minaccia al nostro bilancio.
Ciò premesso, ecco le proposte che, in vista delle eccezionali circostanze, la Giunta crede di dover fare al Consiglio:
1° A tutti i proprietari di barche è abbonata la tassa d ‘esercizio. Ai pescatori ed esercenti industrie accessorie alla pesca che pel divieto di questa abbiano perduto o diminuito di molto il cespito dei loro redditi potrà dalla Giunta essere abbonata, o ridotta la tassa famiglia.
La perdita derivante da tale sgravi si prevede possa essere pel bilancio di circa L. 4.000.
2° Si porta da L. 500 a L. 4.000 lo stanziamento dell ‘art. 88 per le cucine economiche.
3° Si porta da L. 3. 000a 4.000 il fondo inscritto all’art. 75 per mantenimento dei vecchi e inabili al lavoro.
4° Si accresce da L. 500 a 2.000 la somma destinata allart.89 per sussidi ai poveri, baliatici, etc.
4° bis Si accrescono art. 84 e 83 di L. 250 i sussidi all’asilo a al Patronato (83 patronato e 84 Asilo)
5° Si aumenta di L. 2.000 lo stanziamento dell’art.59 (spese impreviste) perchè si possa far fronte alle spese e perdite derivanti da acquisto di generi alimentari di prima necessità (grano, granone, legumi, patate, etc.) da rivendere ai poveri a prezzo di costo e, occorrendo, anche inferiore.
6° Per colmare queste perdite derivanti dalle speciali condizioni create dal divieto di pesca e maggiori spese (il cui ammontare complessivo è di L. 12.500) come pure allo scopo di poter eseguire lavori pubblici e rendere qui meno grave eseguire lavori pubblici e rendere qui meno grave la disoccupazione, si chiede al R. Governo la concessione d ‘un prestito di l. 100.000 possibilmente alle condizioni previste dal decreto luogotenenziale… omissis…
I progetti di lavori sono in corso di preparazione e dovrebbero essere approvati sommariamente.
Essi comprendono
a) la sistemazione del viale Lungalbula
b) “ della via delle Fornaci
c) la costruzione di fogne
d) l’ultimazione del viale al Tiro a segno 4
7° A diretto vantaggio poi della locale gente di mare si chiedono al R. Governo i saggi provvedimenti:
I ll sussidio concesso ai pescatori si estenda a quegli esercenti industrie accessorie alla pesca che in conseguenza del divieto vennero a trovarsi come i pescatori prive di lavoro e d ‘ogni mezzo di sussistenza.
II Finché durò il divieto di pesca tutti coloro che d ‘essa vivevano siano esonerati dalla tassa fabbricati, relativamente almeno alle case da essi abitate e aventi un reddito non superiore alle L. 150.
III Si concedono anche agli armatori di barche mutui di favore alle condizioni del decreto luogotenenziale e ciò sino a concorrenza di un quarto del valore delle barche, che resterebbero a garanzia del rimborso, da effettuare in 10 anni.
IV A quegli armatori che volessero trasportare le loro barche ad esercitare la pesca nel Tirreno siano concesse le maggiori agevolazioni con rimorchio gratuito per quelle di grande tonnellaggio e trasporto gratuito in ferrovia per le altre di tonnellaggio minore. [1]

Non furono certamente l’intervento del Governo e le scarse risorse del Comune ad alleviare le sofferenze della guerra per i pescatori sambenedettesi. Per la loro sopravvivenza fu decisiva la solidarietà che trovarono nei concittadini emigrati nel Tirreno, la loro straordinaria professionalità e il coraggio nell’affrontare i pericoli di un mare sconosciuto. Nel tempo hanno realizzato interi quartieri, si sono integrati nella nuova realtà e conquistata la stima delle popolazioni della Versilia. [2]

Purtroppo neanche nell’immediato periodo del dopo guerra da “vincitori” venne il tempo per gioire: pescatori e no hanno dovuto prendere la via dell’emigrazione in Argentina, Venezuela, Francia e Stati Uniti d’America. I sambendettesi riattivarono una catena di solidarietà e raggiunsero amici e parenti a Chicago Heights nell’Illinois e lì trovarono sopravvivenza e futuro. [3]

—–

Note:
[1] Da: www.lastoriaviva.it, Marco Mattia.
[2] Da: CIMBAS febbraio 1998 LE EMIGRAZIONI MARINARE SAMBENEDETTESI. UNA CIVILTA’ “ALTROVE”
[3] Da: CIMBAS febbraio 1998 LE EMIGRAZIONI MARINARE SAMBENEDETTESI. UNA CIVILTA’ “ALTROVE” pagg. 45 e seguenti

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