Armando Sansolini
Da sin. S. Nocch. Pietro Foggi; Mar. Francesco Mazzella; 2° nocch. Giuseppe Battaglini; T. V. Luigi Rizzo; 2° C. po Torp.Arturo Martini; Sc. Mc. Armando Sansolini; Mc. Camini; seduti: Torp. E. Attilio Poltri; Torp. Sil. Luigi Orsi.

Nella notte fra il 9 e 10 dicembre 1917 il MAS 9 al comando del tenente di vascello Luigi Rizzo è penetrato nel porto di Trieste, ha lanciato quattro siluri contro due navi alla fonda, e la corazzata Wien è colata a picco. Dell’equipaggio, comandato da Rizzo, faceva parte Armando Sansolini ventunenne sambenedettese.

La violazione della base navale di Trieste della marina austriaca è stata un’operazione complessa, ardita e di straordinario coraggio; dal porto di Lido, Venezia, prendono il largo per destinazione ignota, le torpediniere “9 P.N.”, comandante Silvio Bonaldi e “11 P.N.”, comandante Mario Pellegrini, con il compito di rimorchiare fino alle vicinanze del porto di Trieste il «Mas 9», tenente di vascello Luigi Rizzo, e il «Mas 13», capo timoniere Andrea Ferrarini.

La squadriglia al comando del capitano di fregata (C.F.) Carlo Pignatti di Morano, aveva il compito di rimorchiare i due MAS in prossimità della zona di operazione al fine di aumentare la loro autonomia di navigazione. Solo i marinai imbarcati su queste unità sapevano quale fosse la missione: puntare sul golfo di Trieste, penetrare nel porto e attaccare con i siluri dei due Mas le corazzate “Wien” e “Budapest”, che proprio in quei giorni avevano lasciato la loro base di Pola per gettare l’ancora a Trieste.

Le due navi costituivano una minaccia per l’esercito italiano, il loro compito era appoggiare dal mare l’azione austriaca sull’Isonzo. Di qui la necessità di scovare le due corazzate e di colpirle. Obiettivo difficilissimo. Gli austriaci avevano aumentato le già munite difese del porto, realizzato posti di guardia sulle dighe di Muggia, disposte ronde in mare, chiusi gli accessi con cavi metallici, collocate in mare le mine. Un altro problema era eludere la vigilanza dei proiettori sul golfo. Era forte il dubbio se fosse possibile, a impresa conclusa, ritrovare il varco per la fuga.
Al MAS 9 comandato dal T.V. Luigi Rizzo fu affidato l’incarico di attaccare la corazzata Wien, prestigiosa ammiraglia della flotta austriaca. Rizzo era considerato il maggiore esperto d’incursioni nel golfo di Trieste. Ne aveva compiuto diverse con le torpediniere e i Mas, era stato a lungo di base a Grado, per due volte era andato in osservazione sulle dighe di Muggia.
Alle 22:45 i due Mas lasciano le torpediniere in prossimità del golfo di Trieste, mettono in azione i loro motori elettrici, per ridurre il rumore al minimo e la possibilità di essere individuati dal nemico.

Sotto costa, Rizzo, riconosce Punta Grossa. A velocità ridottissima, pratico dei luoghi, raggiunge la testata nord della maggiore diga di Muggia: è là che forzerà il passaggio per penetrare nel Vallone. La sua temerarietà arriva al punto di far ormeggiare il Mas sotto la scogliera. Balza a terra, da solo, per assicurarsi che non vi siano guardie e posti di osservazione, che non si corra il rischio di imbattersi in pattuglie di vigilanza sulle dighe.
Poi, sempre da terra, fa trascinare i Mas con una cima presso l’ostruzione dei cavi di acciaio che sbarrano l’accesso al porto. I cavi sono numerosi e la luce dei proiettori può scoprire quella piccola pattuglia di sabotatori, far scattare l’allarme, scatenare su di loro il fuoco di tutte le batterie di Trieste. Lavorano febbrilmente con l’ansia del tempo che passa velocemente. Tagliati i cavi più grossi, la cesoia idraulica si guasta, bisogna limare sott’acqua i cavi rimasti, i più sottili, solo schiacciati dallo strumento ormai inutile. Ci vogliono due ore per questa operazione, con continue interruzioni ogni volta che i fasci dei riflettori inquadravano la diga.

Luigi Rizzo
Luigi Rizzo

Il varco è aperto all’1:50. I Mas rimettono in moto i motori elettrici e si dirigono verso San Sabba, dove sanno che sono all’àncora le due corazzate. Dopo venti minuti Rizzo avvista la massa scura della Budapest: ordina al Mas di Ferrarini di avvicinarsi fino a trecento metri e di lanciare i siluri. Lui va alla ricerca dell’altra corazzata gemella Wien, la individua più verso terra, si avvicina fino a cinquanta metri, con grande coraggio, per accertarsi se sia protetta da una rete anti siluro, che renderebbe inutile il lancio. La rete non c’è. Gli austriaci si sentivano al sicuro. I due Mas presero posizione e alle 2:32 precise Rizzo diede l’ordine di lanciare i quattro siluri: dopo pochi secondi il rombo delle esplosioni squarcia il silenzio di tutto il golfo. I siluri di Rizzo hanno raggiunto la fiancata della “Wien” da cui si levano due colonne d’acqua nei punti dove la corazzata è stata centrata. Quasi subito la nave comincia a inclinarsi e ad affondare, una nave varata nel 1895, con un dislocamento di 5.600 tonnellate, armata con quattro cannoni Krupp da 240 mm, sei cannoni Skoda da 152 mm, 12 cannoni da 47, un equipaggio di 441 marinai.

Mentre la “Wien” affonda e la «Buclapest» è danneggiata, sia pur non gravemente, da ogni direzione i cannoni cominciano a sparare; si odono grida di soccorso; l’allarme investe l’intera piazza; i proiettori illuminano la rada e perfino il cielo, perché inizialmente gli austriaci credevano che l’offesa fosse venuta dall’aria con gli idrovolanti e sparano con i pezzi antiaerei; si levano i bagliori rossi dell’incendio della «Wien», mentre gli uomini si gettano in acqua, tentando di salvarsi.

I Mas, messi in azione i motori a scoppio, prendono il largo velocissimi. Costeggiando la diga maggiore ritrovano il varco ed escono in mare aperto. Quando da Trieste giunge il rombo delle esplosioni e si scorgono nella notte le luci fosche dell’incendio, inizia una drammatica attesa per conoscere la sorte dei propri compagni. Il primo ad apparire è il Mas di Rizzo: sono salvi e scoppiano le grida di gioia.

Scriverà il comandante Pignatti: «Il più grande entusiasmo invase tutti i cuori. Gli urrà e gli evviva risuonarono altissimi sull’ampia distesa dell’Adriatico deserto: mai dimenticheremo quei momenti di così santa e profonda commozione. Rizzo sale sulla «9 P. N.»: lo abbraccio, lo bacio».
Venne emesso subito un rapido comunicato: “Wien e Budapest attaccate. Tutti i siluri esplosi. Una delle due navi affondata, l’altra probabilmente colpita. Viva il Re”.
Fu un’azione ardita e di grande rilevanza nazionale e internazionale che contribuì fortemente a ridare a tutta l’Italia, agli italiani ed al suo valoroso esercito fiducia e vigore dopo la disfatta di Caporetto.

Busto di Armando Sansolini
Busto di Armando Sansolini

In ricordo della ardita e coraggiosa operazione della marina italiana, con una solenne cerimonia alla presenza delle autorità civili, militari e religiose nel 2006 la Marina Militare e la città di San Benedetto del Tronto hanno onorato Armando Sansolini giovanissimo membro dell’equipaggio del MAS 9 comandato da Rizzo con la collocazione nella Capitaneria di Porto di un suo busto bronzeo opera dello scultore Francesco Santori a Sansolini intitolata.

Nell’occasione la famiglia ha donato alla Capitaneria una bellissima tela riproducente l’azione del MAS 9 opera del pittore Emanuele Sansolini figlio dell’eroe sambenedettese.

Affondamento della Wien, tela di Emanuele Sansolini
Affondamento della Wien, tela di Emanuele Sansolini

Fonti: Navi e Marinai; Wikipedia.

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